Nel linguaggio comune, l’invidia è spesso descritta come un sentimento negativo rivolto verso chi possiede qualcosa che si desidera: bellezza, successo, amore, libertà, visibilità. Nel lavoro psicoterapeutico – e in particolare nella cornice della psicoterapia della Gestalt – è possibile leggere l’invidia come un’esperienza relazionale complessa, radicata nel contatto tra sé e l’altro (Salonia, 2008).

Già nel libro della Sapienza (2,24), l’invidia compare come la radice del male del mondo. Il vedere l’altro si è trasformato in ”in-vedere”, in cui il suffisso illativo ‘in’ si carica di negatività: l’invidia separa e la separazione genera invidia. Se invidio il bene dell’altro mi separo da lui e lo considero rivale; se mi separo da qualcuno, invidio la sua fortuna (Salonia, 2008).

L’invidia può essere intesa come un’esperienza polarizzata tra due estremi: da un lato il desiderio, dall’altro il senso di mancanza. Quando il desiderio non trova spazio per essere riconosciuto o accolto, può trasformarsi in invidia.

La Gestalt Therapy si schiera dalla parte del desiderio, inteso come apertura al mondo e ricerca dell’altro. Una ricerca che può includere anche la delusione, la frustrazione, la sconfitta, ma che non per questo impedisce all’organismo di raggiungere un senso di integrità e pienezza. L’invidia, invece, nasce dove le prime esperienze di contatto sono state segnate da un ambiente non accogliente, da confini non ospitali. Quando tali vissuti non vengono elaborati, restano nel corpo come ferite pronte a riattivarsi ogni volta che ci si confronta con un altro “più fortunato” – un fratello o una sorella che non è stato respinto, non ha fallito, non ha conosciuto frustrazione nello stesso campo vitale (Sichera, 2015).

Il desiderio non è “malato” all’origine. L’invidia è la sua degradazione: una risposta congelata a un’esperienza di scacco, distanza o irraggiungibilità. Quando queste esperienze non vengono assimilate, non diventano parte del proprio vissuto incarnato, allora la mancanza non viene accettata come parte dell’esistenza, ma diventa un vuoto doloroso e proiettato sull’altro (Sichera, 2015).

L’invidia mette in scena due elementi fondamentali della condizione umana: l’essere limitati e l’essere in relazione. La limitatezza ci espone al bisogno e al desiderio che ci spinge “verso”; la relazione ci mette in confronto con l’altro. Ma è anche attraverso la relazione che affermiamo la nostra unicità, ricca di differenze. Da qui il paradosso: possiamo provare invidia perfino per chi ci ha dato la vita (Salonia, 2008).

Ė un’emozione che per definizione è contraria all’apertura relazionale in modo violento. Nasce da un vedere che non contempla, non accoglie, non incontra l’altro: un vedere che vuole possedere e confrontare (Salonia, 2008).

Fritz Perls, fondatore della Gestalt Therapy ha posto grande enfasi sul modo in cui l’essere umano entra in contatto con l’ambiente e con gli altri: ogni emozione non è un fatto interno alla persona, ma nasce all’interno di un campo relazionale e situazionale (Perls, Hefferline e Goodman, 1951). L’invidia si genera quindi nel campo tra due o più individui e si struttura nel flusso del contatto.

Può dunque essere vista come una modalità di contatto interrotto, in cui l’organismo, nel confronto con una qualità altrui, non riesce a integrare la differenza e, invece di nutrirsi della relazione, si ritira o reagisce con svalutazione o giudizio (Salonia, 2008).

L’altro non è più percepito come possibilità d’ispirazione o di incontro ma come minaccia alla propria identità e pienezza. Non si tratta solo del desiderare ciò che l’altro ha, ma di sentire un vissuto doloroso di separazione e inadeguatezza che emerge quando l’altro diventa figura sullo sfondo del proprio vuoto (Salonia, 2008).

Allo stesso tempo, in quest’ottica in cui il campo è sempre co-creato e l’invidia è un fenomeno che nasce nel tra, nello spazio intersoggettivo, essa non è una colpa, ma una preziosa informazione:  è traccia di un desiderio congelato, di un bisogno non riconosciuto, di una figura che emerge nel campo ma non può essere raggiunta (Salonia, 2008).

L’invidia è l’evitamento di un processo di consapevolezza di sé e di incontro con l’altro.

Invece di assumere i propri limiti e riconoscerli come parte di sé, la persona li evita e li proietta all’esterno, fissandosi sull’apparente felicità altrui. È un’emozione disfunzionale che prende il posto di altre emozioni potenzialmente trasformative. Dall’accettazione dei limiti scaturisce un senso di integrità prima e di pienezza poi. Evitare questo passaggio, invece, lascia un vuoto che l’invidioso cerca invano di colmare attraverso lo sguardo costante verso l’altro (Salonia, 2008).

Il divieto e il limite, nella prospettiva gestaltica, sono fondamentali per la realizzazione personale e relazionale. L’invidioso non comprende che la mancanza che cerca di riparare invidiando l’altro non deriva da ciò che non ha e l’altro possiede, ma dal non appropriarsi di ciò che egli stesso ha e non sviluppa.

L’invidioso manca di contatto con se stesso, con il suo vero sé.

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